“E a te come sta andando?”.
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Quando capita la fiera dove “non si batte chiodo” il comportamento di noi venditori si ripropone invariato: molti colleghi si annoiano e ripetono la stessa fastidiosa litania “come va male” “non si lavora” “una fiera dietro l’altra così” “c’è la crisi”, e poi il fantastico “a te come sta andando?”
In genere tengo rinchiuse l’insopportabilità, l’insofferenza e l’impazienza, ma quel “a te come sta andando?” apre tutte le serrature e perdo la pazienza; sarà che la pronunciano, sempre, con la speranza di trovare quancuno che li consoli. “Ma come vuoi che mi vada, non vivo su Marte, vivo sulla Terra come te, … sto lavorando nella stessa fiera dove lavori tu”.
Tutto il giorno. Sempre le stesse frasi, in ripetizione, condizionandoci moralmente e reciprocamente.
Non riusciamo a vivere con dignità le scelte che facciamo.
Non può essere una fiera poco redditizia a condizionare il morale.
A conti fatti lavoriamo per vivere, non viviamo per lavorare, quindi, già che siamo qui dobbiamo riuscire ad essere presenti.
Il lavoro, nel caso specifico: vendere, non è che una delle attività che possiamo svolgere, e quando capita la fiera che lascia molto tempo, invece di recitare la fastidiosa lamentela, si potrebbe leggere, studiare, scrivere, disegnare, pensare e forse intuire, potremmo inventare, parlare col vicino, riparare l’oggetto che si è rotto, fantasticare, potremmo organizzare qualcosa della nostra vita, fare elenchi delle cose che dovremmo fare, potremmo guardare e osservare, potremmo analizzare che tipo di rapporto viviamo col nostro compagno o compagna, potremmo tentare di comprendere quali sono le motivazioni reali che rendono la vendita difficile, potremmo ricordare un’altra volta il piacere vissuto nella notte passata, potremmo cantare nella mente,……potremmo fare molte altre cose.
Possiamo essere in movimento pur avendo il corpo fermo dietro la bancarella, e questo è uno dei potenziali della nostra specie.
Certi colleghi, che pensano di conoscermi, avendomi incontrata in differenti mercati, mi propongono di rifare lo spettacolo che mi hanno visto improvvisare in altre occasioni.
Non so decidere se questa richiesta devo considerarla un complimento alle mie capacità, o se è perché non sanno come passare il tempo, e che annoiati convergono i loro desideri su qualcosa che li faccia divertire. Alcune volte fingo di non comprendere la richiesta, altre volte invece accetto, allora inizio a raccontare una storia, o se c’è della musica comincio a ballare, ovviamente a modo mio, in quel modo che si aspettano per ridere; ballando coinvolgo gli altri, facendone la caricatura, adeguando il mio corpo, la mimica, a ciò che ho intorno. Mi impegno per soddisfare il bisogno di passare qualche minuto divertendosi.
E anche quando ci divertiamo siamo contradditori, alcuni ridendo cominciano a lacrimare, e partecipano alla pantomina col fazzoletto in mano, gli occhi gonfi e il naso rosso, piegati a ridere e piangere; queste situazini mi stimolano: una concentrazione di forze che agiscono nello stesso momento.
Poi rivolgo l’attenzione a quelli che stanno un passo indietro, li invito a partecipare, ad integrarsi nello spettacolo mentre dicono “no no, a me no” e indietreggiando ulteriormente si schermiscono dietro gli altri. Come è possibile non provarci!
Convinco uno di loro e incominciamo a ballare.
Non aveva previsto che oggi sarebbe stato al centro di uno spettacolo. La sua rigidità e l’imbarazzo aumentano le possibilità di ridere per la gente che ci guarda, perchè la gente questo vuole fare, ridere e ridere trascurando momentaneamente la realtà.
Almeno per un po’ non c’è la possibilità di riprendere la litania delle lamentazioni, ed evito che mi si chieda “a te come sta andando?”.
Ritorno al mio posto dietro la bancarella. Mi riconcentro, ritorno sola, l’umorismo si trasforma in pensiero, la risata in sorriso ironico, e il silenzio accompagna il mio viaggio.
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