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A quando l’applicazione della Legge Mancino?

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Jackson Pollok “N° 5, 1948″

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Dedico questo scritto a voi.
A voi che stampate su qualsiasi oggetto l’apologia della dittatura.
A voi che stampate etichette per bottiglie di vino raffiguranti simboli nazisti.
A lei Andrea Lunardelli, produttore italiano che per i suoi interessi di marketing sputa sulle vittime dei crimini contro l’umanità, associando Merlot, Burgundy e Cabernet Sauvignon ai volti simbolo delle dittature.
A voi che stampate bustine per lo zucchero con barzellette, il cui scopo sarebbe quello di fare ridere della sofferenza altrui; sofferenze provocate dall’ignoranza, dalla tracotanza, dalla superbia, dalla presunzione, dall’egoismo, dal solipsismo, dall’indifferenza, dall’ignominia, dall’orrore, dal terrore.
A voi della Mavedo srl, che quelle bustine di zucchero le distribuite.
A voi della Apple che vi preoccupate delle leggi sul copyright, dopo l’utilizzo della voce di Benito Mussolini nell’atto di pronunciare discorsi della retorica fascista, che avete ritirato temendo le azioni legali dell’Istituto Luce, ma che non avete temuto la legge del 20 giugno 1952, n° 645, in particolar modo l’articolo n°4, detta Legge Scelba, né il successivo decreto-legge 26 aprile 1993, n° 122 noto come Legge Mancino.
A lei Luigi Marino, programmatore napoletano, poco più che ventenne, che ha ideato l’applicazione scaricabile sul cellulare, che al pari della Apple s’è preoccupato della violazione del diritto d’autore, senza mai accennare allo scandalo di una iniziativa che mostra l’assenza di un sapere storico, anche solo a livello scolastico; che dopo il ritiro della prima versione ha risolto i problemi del copyright, riproponendo l’applicazione per i nostalgici del “si stava meglio quando si stava peggio”.
A lei Luigi Celori Consigliere regionale per il Pdl, ora ricandidato (sarebbe il terzo mandato), membro della Commissione affari comunitari e internazionali, Commissione risorse umane, demanio, patrimonio, affari istituzionali e Commissione urbana; e fiero autore del nostalgico lunario “calendario storico 2010” ovvero ottantottesimo anno dell’era fascista, a lei, che ha nostalgia del fascismo, dico che se proprio non può rinunciare alle “grandiosità del passato” sarebbe meglio rivolgere l’attenzione alla ricerca delle forme di democrazia iniziata dai Greci.
Anche a lei, maschio imbecille che, durante la conferenza stampa a Tirana, mentre il primo ministro albanese si impegnava a limitare gli sbarchi degli albanesi in Italia, ironizzava: “faremo eccezione per chi porta belle ragazze”. Vorrei ricordare anche a lei, che esprime la più retrograda cultura maschilista mediterranea, che queste belle ragazze vengono violentate fino a quando non si piegano ad una vita di prostituzione e sfruttamento, da parte di quelli a cui lei farebbe eccedere la Legge, che queste giovanissime non potranno avere figli perché si ritroveranno con l’utero sfondato, che sono considerate alla stregua di oggetti per procurarsi uno squallido piacere, che sono rotelline di un gigantesco macchinario che produce centinaia di milioni di euro al mese, esentasse (scusi se è poco)

A voi che comprate questi oggetti.
A voi che accettate in regalo questi oggetti.
A voi che raccontate queste barzellette.
A voi che le inventate.
A voi che ascoltate queste barzellette e queste battute senza indignarvi, forse addirittura ammiccando.
A voi dedico queste parole.

Immagina d’essere innamorato della tua compagna. Le cose vanno bene, in casa si sorride, la tranquillità è nei corpi e la rilassatezza è stampata sul tuo viso. Abbracciare l’amata soddisfa il bisogno di consolazione. L’avvenire esiste per te, lo percepisci, è concreto, la strada da percorrere è dispiegata, senza ostacoli. Hai tanti progetti e le idee non ti mancano. L’amore ti stimola. Ti sembra di riuscire a comprendere il significato di bellezza, di qualità, di equilibrio, senti che la vita acquista un significato nuovo. Sono pensieri e sensazioni, sono piacevoli. È appagante rendersi conto che il corpo vive.
Tu sei all’interno della vostra storia, col suo calore.
Fuori c’è l’esterno, che faccia pure la sua storia.

Poi, un giorno l’esterno bussa alla tua porta, e l’esterno è grande, è forte, ed ha deciso che voi non potete più amarvi.
“Perché”? chiedi con stupore e pacatezza. Ma l’esterno non risponde, indica soltanto che è la fine dell’amore.
“Perché”? insisti con un accenno di fermezza. L’esterno continua a non rispondere, con un calcio ti fa rotolare giù dalle scale.
Ti alzi deciso a mettere in pratica il diritto che tu conosci bene: il rispetto dovuto all’individuo, il rispetto della libertà individuale, ma vieni fermato dalla tua compagna che, trascinata per i capelli, precipita su di te, ed insieme sotto la spinta dei calci, continuate a rotolare per le scale.
Sei frastornato, eppure ti rendi conto che l’amore c’è, ma è finito il tempo per viverlo.
Vorresti delle spiegazioni, ma la banalità del male non spiega, non si riesce a spiegare.
Confuso e avvolto dalla banalità che ti penetra, schiacciandoti, ti ritrovi con la tua compagna sanguinante, aggrappata al tuo corpo. I suoi occhi spalancati esprimono la stessa disperazione che è dentro di te. Per strada vi obbligano a spogliarvi nudi. Tentate di mettere in pratica il diritto, ma quell’esterno che vi ha trascinati fin lì, vi fa capire che se non obbedite perderete la vita, all’istante.
Siete davanti ai passanti che continuano normalmente il loro percorso, incuranti degli eventi, rimanete nudi. Voi, per loro, non esistete.
Il corpo della tua compagna ti tocca, gli spasimi di dolore si mischiano. Lei viene brutalmente staccata da te, buttata su un carro bestiame, tu vieni spinto dentro un camion. Di colpo ti senti veramente nudo, indifeso. Ti sembra di essere un grigio immerso in mezzo al grigio. Non è ancora nero, perché nel grigio c’è ancora un po’ di luce, ed è la luce della tua speranza, l’illusione che scalda.
Hai ancora qualcosa che l’esterno ti può togliere. L’esterno questo lo sa.
Gettato dal camion, vieni scaricato nella neve. Attorno a te altri, che non guardano; l’esterno comanda, gli altri sanno che è meglio ubbidire se non si vuole perdere quella fioca luce. Il tuo corpo gelato si incamminerà, eseguirà gli ordini, le mani nude afferreranno travi di ferro, congelate, da depositare un po’ più avanti. Le dita non si staccheranno dalla trave. Tenterai e ritenterai, alla fine si libereranno lasciando la pelle attaccata alla trave.

Lo so è assurdo, questo esterno fa la sua storia, in quella storia tu sei meno di un cane.
L’esterno c’è sempre stato, lo sapevi?
Ne hai tenuto conto?
Hai fatto qualcosa per impedire alla banalità del male di affiorare?

Ghiacciato, sanguinante, dolorante, appesantito dalla paura, terrorizzato, confuso, indifeso, spaventato, solo, proseguirai l’assurdo lavoro. Prenderai quelle maledette travi e le riporrai dieci metri più in là.
Ti mancherà l’amore, cercherai l’affetto negli sguardi grigi degli altri, i quali avranno smesso di cercare.
Di notte, disteso su un pagliericcio, vestito con una divisa, ascolterai il silenzio che si riempirà di umanità. Anche gli altri soffrono. Al mattino qualcuno mostrerà il libero arbitrio. Rapidamente tu e gli altri vi posizionerete su quattro file marciando verso il cortile. Lasciando il libero arbitrio appeso ad un filo.
Col tempo il corpo incomincerà a cedere. Cercherai sotto la neve la terra, scaverai in cerca di qualcosa da mangiare, ma anche i vermi saranno più liberi di te, con quel freddo, staranno ben nascosti e riparati, in barba alla tua disperazione.
Capirai come funziona, gli spasimi non ti lasceranno, la mente non penserà più, la luce si spegnerà.
Se c’è o non c’è l’amore ormai non avrà alcun interesse, l’unica cosa sarà andarsene. Andarsene dall’umanità, dall’indifferenza, dalla inutilità, dal male. Annullare il dolore, il terrore, l’orrore.

A voi, cui ho dedicato questo scritto, rivolgo comunque una gentilezza: auspico che tutto questo non accada, che tutto questo non vi succeda, ma se vi dovesse accadere, siate almeno coerenti, non piangete, non soffrite, non disperatevi, non abbiate paura; voi stessi affermate che morire nelle camere a gas e poi essere bruciati non sia un’orrore, così come non lo è stato il trarre profitto dalle ceneri rimaste, trattate quale “scarto di lavorazione”. Se trovaste qualcuno disposto a fare qualcosa per voi chiedetegli di raccontarvi una delle vostre barzellette. Se non trovaste nessuno che faccia qualcosa per voi, allora raccontatevela da soli.

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  1. igor brunello
    16 dicembre 2011 alle 09:04 | #1

    Sei un grande!!!
    Due anni fà un conoscente mi regalò due bottiglie di vino con le etichette del “Duce” e mi disse “In Italia oggi per mettere a posto le cose ci vorrebbe LUI”, ma io che ho avuto un papà classe 1920 il quale per merito di “LUI” si è fatto due anni di trincea in Grecia, e poi due di deserto in Abissinia lasciando due fratelli maggiori per la strada ed una mamma sotto il bombardamento alleato di Treviso, non è che ero molto d’accordo, per cui siamo arrivati alla conclusione che tutti quelli che “adorano” questi simboli solo per assoluta ignoranza, dovrebbero almeno provare a farsi raccontare come furono realmente quegli anni, almeno da qualcuno che li ha vissuti.
    Evviva la democrazia, a morte i dittatori.!!!!!!!!!!!!!!

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